Cultura

L’Ultima Lezione di Carlo Ginzburg: Il Paradigma della Verità nell'Epoca della Post-Verità

di Matteo Musto · 8 min read
L’Ultima Lezione di Carlo Ginzburg: Il Paradigma della Verità nell'Epoca della Post-Verità

Lo storico Carlo Ginzburg, pioniere indiscusso della microstoria, ha consegnato al dibattito pubblico una densa e definitiva riflessione sulle dinamiche del potere e della falsificazione poco prima della sua scomparsa. Al centro del panorama accademico e mediatico, l'intervista — che prende le mosse dalle tesi del suo ultimo saggio, Il vincolo della vergogna — si erge a monito contro le derive autoritarie contemporanee. L'urgenza di questo intervento risiede nel suo tempismo e nella sua lucidità: decostruire la macchina del falso per difendere lo stato di diritto. Il lascito non è solo storiografico, ma si insinua prepotentemente nelle pieghe dell'ordinamento giuridico e del diritto pubblico, interrogando i limiti della censura, il perimetro delle libertà costituzionali e i meccanismi di costruzione della memoria collettiva in un'era dominata dalla disinformazione strutturale.

L'Ermeneutica del Falso e l'Anatomia delle "Fake News"

Il nucleo teorico dell'intervista affronta la natura insidiosa della falsificazione storica. Ginzburg non si limita a condannare le fake news come patologia dei moderni social media, ma le inquadra attraverso una rigorosa lente storico-giuridica. La menzogna, quando istituzionalizzata, diviene uno strumento di governo. Lo storico ci ricorda che il falso ha sempre lasciato tracce di verità, se interrogato con il giusto metodo; tuttavia, la proliferazione odierna del falso non mira a convincere di una realtà alternativa, ma a distruggere il concetto stesso di verificabilità. Sotto il profilo del diritto pubblico, questo rappresenta un attacco diretto al patto sociale: se viene meno la condivisione di una realtà fattuale accertabile, crollano i presupposti per il dibattito democratico e si aprono praterie per l'esercizio arbitrario del potere.

"Il vincolo della vergogna": La Memoria come Dispositivo di Potere

Partendo dal suo testo Il vincolo della vergogna, Ginzburg analizza come i sentimenti collettivi vengano manipolati per forgiare l'identità nazionale e giustificare assetti di potere. La vergogna non è intesa qui nella sua accezione morale e privata, ma come un potente vincolo politico. Le dittature e i regimi illiberali utilizzano la rimozione della vergogna storica (o la sua imposizione su gruppi minoritari) per riscrivere la storia del diritto moderno e plasmare una nuova legalità. Questo processo di "ingegneria della memoria" ha ricadute pratiche immediate: si traduce in leggi che vietano di affrontare determinati passati storici o in riforme scolastiche che epurano i programmi. La memoria collettiva cessa così di essere il risultato di una stratificazione culturale e diviene un prodotto normato dall'alto.

L'Uso Politico della Storia e gli Spettri Autoritari

Nel reportage del suo pensiero, emerge con forza la denuncia dell'uso politico della storia. Ginzburg smaschera il meccanismo per cui i regimi autoritari trasformano la storia da disciplina di ricerca a dogma di Stato. Quando lo Stato si arroga il diritto di stabilire una "verità di Stato", la storia cessa di essere uno strumento di emancipazione e diventa un codice penale mascherato. Le implicazioni per chi studia la genesi degli ordinamenti giuridici sono profonde: la transizione da uno Stato di diritto a uno Stato totalitario passa sempre, preventivamente, dal controllo degli archivi storici e dalla delegittimazione degli storici indipendenti, equiparati a sovversivi o traditori della narrazione ufficiale.

Censura, Rumore Bianco e Libertà di Ricerca

L'ultima parte dell'intervista si configura come una difesa accorata della libertà di ricerca, principio cardine di ogni democrazia costituzionale. Ginzburg sottolinea un'evoluzione tecnica fondamentale della censura: se nei regimi del Novecento la censura operava per sottrazione (il silenzio, il divieto, il rogo dei libri), oggi le nuove dittature censurano per addizione. Il "rumore bianco" delle fake news, l'inondazione di informazioni non verificate e il discredito gettato sui metodi scientifici neutralizzano la ricerca con la stessa efficacia di un editto censorio. Il giurista e lo storico, in questo scenario, condividono la medesima trincea: la tutela delle garanzie procedurali. Come nel diritto processuale la verità si raggiunge attraverso il contraddittorio e la verifica delle prove, così nella storia la verità è un traguardo metodologico che necessita di assoluta indipendenza dai poteri esecutivi.